Iscrizioni, abbandoni e lauree in Italia
L’idea diffusa dell’università come passaggio “normale” della vita adulta è ormai radicata. Quando si parla di università, per qualche motivo si assume spesso che sia il passo successivo da fare una volta terminata la scuola secondaria, indipendentemente dal percorso di provenienza. C’è chi lo fa per passione, chi per ambizione e chi, nella maggior parte dei casi, interpreta l’università come un passaggio necessario per accedere al mondo del lavoro. Nel tempo, l’università è passata da istituzione d’élite a sistema di massa: un processo di “massificazione” che l’ha resa accessibile a molti più studenti, inclusi coloro che sono considerati la prima generazione universitaria nella propria famiglia o che provengono da contesti meno privilegiati, mentre in passato l’istruzione superiore era appannaggio di pochi.
Indice dei contenuti
- Tutti all’università?
- Iscriversi non significa laurearsi
- Quanti si iscrivono all’università in Italia
- Quanti arrivano davvero alla laurea?
- L’università è diventata di massa, ma non ha cambiato davvero struttura
- Chi resta indietro lungo il percorso
- La tesi come punto di rottura del percorso universitario
- Conclusione: la laurea è un traguardo personale o un passaggio “obbligato”?
1. Tutti all’università?
Uno studio condotto su una serie di studenti in Europa ha mostrato come molti studenti si iscrivono all’università per seguire le orme dei genitori, contribuendo a rendere la laurea la prosecuzione naturale del percorso scolastico. Di conseguenza, il fine ultimo di iscriversi all’università rimane poco chiaro per molti.
A rafforzare questa dinamica contribuisce anche un’idea politica e sociale molto diffusa: la convinzione che un numero maggiore di laureati corrisponda automaticamente a un maggiore sviluppo del Paese. L’aumento dei laureati viene associato a una crescita delle competenze disponibili e, di conseguenza, della produttività. Tuttavia, non conta solo la quantità dei laureati, ma anche la qualità della loro formazione e la reale possibilità di trasformare le competenze acquisite in opportunità lavorative. Il fatto che ci siano più laureati, infatti, non implica automaticamente l’esistenza di posizioni adeguate, alimentando fenomeni come la cosiddetta “fuga di cervelli”. L’aumento del numero di laureati può essere un indicatore positivo solo se accompagnato da un sistema capace di trasformare la formazione in reali opportunità professionali; diversamente, resta solo un dato formale.
2. Iscriversi non significa laurearsi
Quando si parla di università, è fondamentale distinguere tra tre momenti diversi del percorso: l’accesso, la permanenza e la conclusione degli studi. Si tratta di fasi spesso confuse nel dibattito pubblico, ma che descrivono esperienze molto diverse. Le immatricolazioni, come mostrano i dati degli ultimi anni, sono effettivamente aumentate: un segnale positivo in termini di accesso, che però non garantisce né la continuità del percorso né il suo completamento. In altre parole, iscriversi all’università non significa automaticamente arrivare alla laurea. Tra l’ingresso e la conclusione si collocano passaggi critici in cui molti studenti rallentano, si fermano o abbandonano del tutto.
Sul fronte della permanenza, circa il 14,5% degli studenti interrompe gli studi già dopo il primo anno (report biennale ANVUR). Anche tra chi prosegue, la laurea non sempre arriva nei tempi “standard”: mediamente si registra un ritardo di circa un anno rispetto alla durata prevista dei corsi. La difficoltà a rimanere nel percorso può dipendere da diversi fattori. Ci sono motivazioni economiche — perché, anche in un sistema pubblico, non tutti rientrano nella no-tax area e devono sostenere costi rilevanti legati a tasse, affitto, trasporti e materiali — ma anche personali e psicologiche, come stress, calo della motivazione, difficoltà organizzative o la progressiva consapevolezza che il percorso scelto potrebbe non essere quello più adatto.
Per quanto riguarda la conclusione degli studi, solo il 37% degli studenti arriva alla laurea nei tempi previsti (report Almalaurea). La maggioranza impiega più tempo, adattando il percorso alle proprie possibilità e ai propri ritmi. Questo dato, spesso letto come una semplice inefficienza individuale, racconta invece una caratteristica strutturale del sistema universitario italiano, che tende a considerare “normale” un percorso ideale, ma fatica a gestire la varietà reale delle condizioni degli studenti.
Nel dibattito pubblico, tuttavia, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulle immatricolazioni. Si tratta del dato più semplice da comunicare e più adatto alla narrazione mediatica: è immediato, facilmente confrontabile e consente di parlare di crescita o di crisi dell’università. Anche dal punto di vista politico e organizzativo, leve come accesso libero o numero chiuso, borse di studio e politiche sulle tasse universitarie sono facilmente collegabili al numero degli iscritti. Questi dati, però, non dicono nulla sugli aspetti più critici del percorso: quanti studenti abbandonano, quanti riescono a proseguire negli anni successivi, quanto tempo impiegano mediamente per laurearsi e quali esiti producono i diversi corsi di studio una volta conclusi.
3. Quanti si iscrivono all’università in Italia?
Negli ultimi dieci anni, il sistema universitario italiano ha registrato un’evoluzione complessivamente positiva sul fronte delle immatricolazioni. Tra l’anno accademico 2014/2015 e il 2024/2025, il numero complessivo di studenti universitari è cresciuto in modo significativo con un incremento pari a circa il 19%.
Tra i fattori che hanno contribuito a questo andamento spicca il ruolo delle università telematiche, che hanno superato i 300.000 iscritti, ampliando l’accesso all’istruzione grazie a modalità più flessibili. Tuttavia, nonostante il forte contributo del settore online, le università tradizionali continuano a mantenere il primato in termini di numerosità degli studenti e restano la punta della crescita complessiva del sistema universitario italiano.
Il punto più alto di questo percorso di crescita è stato raggiunto nell’anno accademico 2024/2025, che rappresenta il picco di iscrizioni dell’ultimo decennio, superando la soglia dei 2 milioni di iscritti, e uno dei valori più elevati dell’intero ventennio. Anche le immatricolazioni più recenti confermano il trend positivo: a dicembre 2024 si contano circa 307.924 studenti, in aumento rispetto ai 304.920 registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Complessivamente, l’anno accademico 2024/2025 segna una crescita di circa il 5,3%, indicando una dinamica di espansione stabile e continua.
Le immatricolazioni universitarie in Italia riflettono, però, profonde disuguaglianze territoriali e socio-economiche. Negli ultimi dieci anni, gli atenei del Sud (escluse le università telematiche) hanno perso oltre 100.000 iscritti, mentre il Nord ne ha guadagnati circa 130.000, soprattutto nelle regioni occidentali; in alcune aree meridionali, il calo ha superato il 30%. Questo fenomeno è legato alla crescente mobilità studentesca lungo l’asse Sud-Nord: regioni come Emilia-Romagna, Lazio e Lombardia risultano fortemente attrattive, mentre il Sud perde molti più studenti di quanti ne acquisisca.
A questi divari territoriali si aggiungono forti disuguaglianze sociali. Il contesto familiare incide in modo decisivo sull’accesso all’università: i giovani con genitori meno istruiti hanno minori probabilità di laurearsi e maggiori rischi di abbandono. Non a caso, l’Italia registra solo il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni, contro una media UE del 44,1%. Costi degli studi, servizi disponibili e prospettive occupazionali contribuiscono a rafforzare queste disuguaglianze, limitando la mobilità educativa e sociale.
Le immatricolazioni universitarie in Italia mostrano forti differenze anche tra atenei. Alcune università di grandi dimensioni e con lunga tradizione, come Padova, Bologna, Pisa, la Sapienza di Roma e la Statale di Milano, attraggono un numero molto elevato di studenti al primo anno grazie a un’ampia offerta formativa, servizi strutturati e una solida reputazione. Accanto agli atenei statali, cresce rapidamente il peso delle università telematiche, che in alcuni ambiti superano gli atenei privati tradizionali rispondendo alla domanda di flessibilità. Per quanto riguarda i singoli corsi di studio, nell’anno accademico 2024/2025 l’area disciplinare Giuridica, Economica e Sociale si trova al primo posto come scelta degli studenti, con il 35,4% di nuove immatricolazioni, soprattutto nei corsi di Economia. Al secondo posto vi sono tutte le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), con il 28,6%. Infine, al terzo posto, si trova l’area Sanitaria e Agro Veterinaria, con il 18,4%. A seguire si posizionano le aree artistiche, letterarie, educative, con solo il 17,6%.
4. Quanti arrivano davvero alla laurea?
TASSO DI ABBANDONO NEI PRIMI ANNI
In Italia, arrivare alla laurea non è così scontato: i tassi di abbandono nei primi anni restano preoccupanti, con il 7,3% degli studenti che interrompe gli studi, dato più alto dell’ultimo decennio. Il fenomeno colpisce maggiormente matricole, studenti fuori sede, stranieri extra-europei e chi proviene da famiglie con basso livello di istruzione o difficoltà economiche. Anche le discipline influiscono: STEM e aree umanistiche e sociali registrano tassi di abbandono superiori al 34%. Le cause principali includono mancanza di orientamento, carenza di supporto psicologico e preoccupazioni per il futuro lavorativo, accentuate dalla pandemia e dall’aumento dei costi della vita.
LAUREE FUORI CORSO COME NORMA E NON ECCEZIONE
Le lauree fuori corso sono ormai una realtà molto diffusa, soprattutto nelle facoltà di Medicina (con il nuovo semestre filtro che ha già portato dei notevoli ritardi per l’accesso alle iscrizioni di molti studenti e, di conseguenza, ritardi nelle preparazioni degli esami), Ingegneria e Architettura. Essere fuoricorso comporta tasse più alte e la perdita di punti bonus per un aumento del voto di laurea.
Nonostante ciò, i tempi medi di conseguimento del titolo mostrano una leggera riduzione: l’età media alla laurea è passata da 26,6 anni nel 2013 a 25,7 nel 2023. Nei corsi di primo livello ci si laurea mediamente a 24,5 anni, mentre nei corsi magistrali a ciclo unico si arriva a 27,1 anni. Questi dati mostrano come sempre più studenti riescano, chi più chi meno, a completare il percorso di studi nei tempi previsti dai piani di studio.
5. Un’università che è diventata di massa, ma non ha cambiato struttura
La massificazione del sistema universitario ha ampliato il corpo studentesco, rendendolo profondamente eterogeneo per preparazione iniziale, interessi e motivazioni. Tuttavia, il modello didattico italiano rimane pensato per una minoranza: i corsi e le aspettative sono strutturati come se tutti gli studenti avessero le stesse competenze, ignorando le differenze reali.
I docenti, ancora convinti di formare la futura élite, attribuiscono centralità alla selezione più che all’accompagnamento, privilegiando esami rigorosi e abbandoni selettivi rispetto a percorsi di sostegno. Questo approccio presuppone implicitamente che gli studenti siano autonomi, metodici e già capaci di analizzare testi complessi, ignorando la necessità di insegnamenti che colmino eventuali lacune formative. Autonomia, metodo di studio e capacità di scrittura, anche per quanto riguarda la stesura della tesi, sono abilità date per scontate; ignorando che la maggior parte delle difficoltà derivano proprio dalla mancanza di formazione strutturata su queste competenze di base, che ostacola l’apprendimento effettivo e la progressione negli studi.
Per rispondere efficacemente alla massificazione, è necessario diversificare l’offerta didattica all’interno di ogni ateneo: prove iniziali diagnostiche, corsi per colmare i “debiti formativi” e percorsi speciali per studenti eccellenti. Solo così l’università italiana potrà trasformarsi da modello elitario adattato alla massa a un sistema capace di accogliere e sostenere davvero tutti gli studenti, valorizzandone le potenzialità.
6. Chi resta indietro lungo il percorso
STUDENTI LAVORATORI
Quando si parla di studenti lavoratori, la difficoltà non è solo “fare due cose contemporaneamente”, ma conciliare due ruoli con tempi e regole diverse. Il lavoro riduce il tempo a disposizione per studiare (time poverty), crea conflitti tra turni e scadenze universitarie, aumenta la fatica mentale e spesso limita la partecipazione alla vita accademica (gruppi studio, ricevimento, rete di supporto). Il risultato tipico è un percorso meno lineare: meno esami per sessione e più probabilità di accumulare ritardo.
Questo non è un fenomeno marginale: nel 2023 il 66,2% dei laureati ha lavorato durante gli studi (era il 69% nel 2013). Di questi, solo il 7,9% ha lavorato stabilmente, mentre il 58,3% ha avuto lavori occasionali; il 33,5% si è laureato senza alcuna esperienza lavorativa. In pratica, lo “studente a tempo pieno” non è l’unico modello, e questo incide inevitabilmente sulla regolarità e tempi del percorso (fonte: rapporto Almalaurea 2025).
PRIME GENERAZIONI UNIVERSITARIE
Le prime generazioni universitarie comprendono studenti che entrano all’università senza una “tradizione” familiare alle spalle (genitori, nonni o fratelli) di laureati. Essere first-gen spesso non significa avere meno capacità, ma avere meno capitale culturale: quelle ‘risorse invisibili’ (linguaggio, metodo, informazioni) che rendono l’università più decifrabile. È soprattutto nell’orientamento che questa differenza pesa: scegliere un corso non è solo ‘cosa mi piace’, ma capire requisiti, carichi, costi e sbocchi: per chi non conosce l’ambiente può essere una sfida. Quando mancano queste piccole cose, si finisce più facilmente per affidarsi al passaparola o a idee generiche, con più rischio di aspettative sbagliate, stress e rallentamenti. In più, ci può essere una pressione emotiva maggiore: l’idea di non “poter fallire”, perché dietro c’è un investimento economico e simbolico più grande.
Per questo, parlare di prime generazioni non significa mettere etichette, ma riconoscere che per molti studenti l’università non è solo studio: è anche imparare un ambiente nuovo, con regole spesso non scritte. E qui la differenza la fanno orientamento, tutoraggio, servizi e una comunicazione più chiara: strumenti semplici che possono trasformare un accesso “coraggioso” in un percorso davvero sostenibile.
7. La tesi come punto di rottura del percorso universitario
La tesi rappresenta per molti studenti l’ultimo e più impegnativo passo del percorso universitario, concentrando in pochi mesi pressioni accademiche, emotive e organizzative. Questa fase critica mette alla prova la motivazione, la concentrazione e la resilienza personale, trasformando l’esercizio accademico in un momento di grande responsabilità e possibile vulnerabilità.
Un secondo elemento di criticità è l’autonomia richiesta nella gestione del lavoro. Si dà per scontato che lo studente sappia già come impostare un progetto di ricerca, dalla definizione dell’oggetto di studio alla stesura finale. La mancanza di linee guida può generare incertezza e frustrazione, rendendo fondamentale un supporto professionale che fornisca metodologie, strumenti pratici e indicazioni utili.
Infine, il percorso può essere caratterizzato da isolamento e blocchi creativi durante la fase di scrittura e per motivi come ansia da prestazione e perfezionismo, che allungano i tempi di conseguimento del titolo, intrappolando molti studenti in un limbo formale. In molti hanno svolto, magari anche brillantemente, tutti gli esami, acquisito i CFU necessari, ma non riescono ad affrontare quest’ultimo passaggio.
Affrontare la tesi significa, infatti, saper gestire non solo il lavoro pratico e teorico, ma anche le proprie emozioni e lo stress accumulato. Superare questa fase rappresenta, allo stesso tempo, una significativa occasione di crescita personale e consapevolezza del proprio percorso formativo. Un confronto strutturato tramite feedback costanti con il proprio relatore o la possibilità di affidarsi a un supporto esterno aiuta a mantenere motivazione, continuità e qualità del lavoro.
Sottotesi nasce proprio da questo presupposto, essere una guida presente e costante durante tutte le fasi della stesura, dandoti metodo e gli strumenti adatti ad affrontare con più serenità il tuo percorso di tesi.
8. Conclusione: la laurea è un traguardo personale o un passaggio “obbligato”?
La laurea non è solo un traguardo personale o accademico: spesso viene percepita come un’obbligazione sociale. Famiglia, amici e società in generale tendono a considerarla un passaggio quasi obbligatorio, che sia per la realizzazione personale o per il successo professionale. Questa pressione esterna, però, può provocare stress, trasformando il percorso universitario da scelta personale e formativa a “obbligo” nel dover rispettare le aspettative altrui.
Di conseguenza, il valore della laurea è sfaccettato: da un lato rappresenta un riconoscimento delle competenze acquisite e dunque di uno status professionale “dottore”, “ingegnere”, “economo” ecc., dall’altro diventa un simbolo di conformità a norme sociali e culturali.
IL RINVIO DELL’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO
Se la laurea ha per molti lo scopo ultimo di trovare lavoro, il passaggio non è immediato tanto più che la maggior parte delle università non ha percorsi pratici e “sul campo”, ma ha come fine ultimo quello di insegnarti a ragionare e darti solide basi culturali piuttosto che tecniche. Il rinvio dell’ingresso nel mondo del lavoro è dunque un fenomeno che si verifica quando tra il conseguimento del titolo, e la stabilità lavorativa passa del tempo, e questo avviene per diverse cause, come la necessità di continuare a formarsi: laurea magistrale, master, tirocini, che inevitabilmente ritardano la ricerca del lavoro. Il mercato lavorativo dal suo canto, non è un mare facile da navigare, sempre più abilità richieste e sempre meno aziende disponibili a formare il personale giovane.
Un altro fattore importante riguarda il disallineamento tra laurea e lavoro desiderato: a conseguimento del titolo non tutti sono certi e sicuri che la strada che hanno scelto sia quella giusta, motivo per cui molti cambiano rotta al termine della laurea.
Questa tematica è molto importante, perché intacca l’autonomia personale: meno anni di lavoro equivale a più anni senza un reddito stabile. Infine, se l’attesa fra la fine dell’università e la ricerca di un lavoro è molto lunga, rischia di svalutare anche l’esperienza universitaria stessa. In conclusione, il rinvio dell’ingresso nel mondo del lavoro non è solo una questione “anagrafica”: è un indicatore di quanto il sistema riesca davvero a trasformare studio e competenze in autonomia e opportunità.
Non si tratta solo di collezionare CFU o fuggire dai “fuoricorso”, ma di navigare le complessità della tesi e del mercato del lavoro con gli strumenti giusti. Perché la laurea smetta di essere un peso sociale e diventi un traguardo autentico, è necessario che lo studente non sia lasciato solo: servizi di orientamento, tutoraggio e supporti metodologici come Sottotesi sono i ponti necessari per trasformare un rito di passaggio in una reale piattaforma di lancio verso il futuro.
Fonti consultate
- Tgcom24, 25 ottobre 2025, “Università, record di iscritti: superata quota 2 milioni, più di uno su due è donna“
- Openpolis, 26 agosto 2025, “L’origine familiare e le disparità sociali incidono sull’accesso all’università“
- Scribani L., Orizzontescuola.it, 17 luglio 2025, “Immatricolazioni universitarie in crescita: +5,3% nel 2024/2025, boom al Centro-Sud e sorpassi tra i mega atenei“
- Rapporto Almalaurea 2025, XXVII Indagine, “Condizione occupazionale dei laureati”
- Rapporto Anvur sul sistema della formazione superiore e della ricerca 2023

