Il processo scientifico, per secoli, è stato raccontato quasi esclusivamente da figure maschili. Tuttavia, dietro alcune delle più importanti scoperte nel mondo della fisica, astronomia o medicina, si nascondono spesso il talento e l’intuizione di donne a cui è stata tolta la possibilità di rivendicare il proprio lavoro.
In questo articolo vogliamo dar loro la parola e raccontare le loro storie e le loro scoperte in campo scientifico, perché sempre più studentesse possano anche solo immaginare di poter intraprendere un percorso di studi in questo campo.
Indice dei contenuti
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- Cos’è l’Effetto Matilda e come nasce
- Donne vittime dell’Effetto Matilda
- Rosalind Franklin (1920-1958) e la struttura del DNA
- Lise Meitner (1878-1968) e la fissione nucleare
- Jocelyn Bell Burnell (1943) e le stelle di neutroni
- Alice Augusta Ball (1892-1916) e il trattamento anti-lebbra
- Hedy Lamarr (1914-2000) e l’antenato del wi-fi
- Cecilia Payne-Gaposchkin (1900-1979) e la composizione del sole
- Nettie Stevens (1861-1912) e i cromosomi sessuali
- Rosalind Franklin (1920-1958) e la struttura del DNA
- Ma, cosa succede oggi? Presenza femminile attuale nelle discipline STEM
- Stereotipi di genere che influenzano la scelta
- Le politiche e le prospettive per il futuro
- Conclusione
1. Cos’è l’Effetto Matilda e come nasce
L’Effetto Matilda è un fenomeno basato sulla discriminazione di genere che vede protagoniste le donne della comunità scientifica. La dinamica consiste nella minimizzazione, o addirittura nella totale negazione, del contributo femminile ai risultati scientifici da loro ottenuti. Spesso, per motivi legati all’affidabilità, i traguardi scientifici venivano attribuiti ai colleghi uomini. Il termine è stato coniato negli anni ‘90 da Margaret W. Rossiter e prende ispirazione dall’attività dell’americana Matilda Joslyn Gage che denunciò il fenomeno già nel XIX.
2. Donne vittime dell’Effetto Matilda
Rosalind Franklin (1920-1958) e la struttura del DNA
Fin da bambina, Rosalind Franklin mostrò una spiccata attitudine per le materie scientifiche e dopo aver conseguito il dottorato in fisica e chimica, intraprese la carriera di ricercatrice. A Londra studiò la struttura del DNA utilizzando la tecnica di diffrazione dei raggi X. La foto n. 51 passò alla storia come la prima fotografia da cui fu possibile osservare la struttura a doppia elica. L’immagine venne mostrata senza permesso a James Watson e Francis Crick, due scienziati che la utilizzarono per le loro ricerche, costruendo il modello della molecola del DNA con cui vinsero il Nobel.
Lise Meitner (1878-1968) e la fissione nucleare
Lise Meitner svolse un ruolo fondamentale nello studio della radioattività. Iniziò a studiare il fenomeno in seguito alle scoperte di Fermi, con il collega Hahn conosciuto a Berlino. Per anni lavorò nel laboratorio di Hahn come “ospite non pagato”, perché alle donne non era permesso frequentare l’università. Nel 1938 fu costretta a lasciare la Germania, in quanto ebrea, e continuò i suoi studi in Svezia. Gli esperimenti vennero portati avanti dal collega che, non sapendo come interpretare i risultati, li inviò a Meitner. Attraverso dei calcoli specifici, scoprì che era possibile scomporre gli atomi di uranio in atomi più leggeri con conseguente rilascio di energia. La scoperta, però, fu attribuita ad Hahn che ricevette il premio Nobel nel 1944.
Jocelyn Bell Burnell (1943) e le stelle di neutroni
L’astrofisica Jocelyn Bell Burnell, durante il suo dottorato di ricerca, scoprì le pulsar. Queste sono corpi celesti molto diversi dalle stelle comuni poiché, nonostante le dimensioni ridotte, contengono una quantità di materia pari a quella contenuta nel Sole. Jocelyn impiegò anni per costruire uno strumento che le permettesse di studiare la “scintillazione” delle onde radio. Dopo mesi di osservazione, Bell Burnell notò un segnale che pulsava ad intervalli regolari e originariamente si pensava potesse provenire dagli extraterrestri. Grazie alla scoperta di altri segnali con le stesse caratteristiche, la scienziata capì di essere davanti ad una nuova classe di stelle: le stelle di neutroni. Il dottorato si concluse con la stesura di una tesi sul fenomeno studiato, ma il merito della scoperta venne assegnato al suo relatore Anthony Hewish che ottenne il premio Nobel per la fisica nel 1974.
Alice Augusta Ball (1892-1916) e il trattamento anti-lebbra
La chimica afroamericana Alice Ball, durante il dottorato di ricerca, scoprì un rimedio efficace contro la lebbra. Chiese aiuto al dottor Harry T. Hollmann affinché la aiutasse ad isolare i principi attivi di un olio utilizzato per trattare la malattia. I lebbrosi, infatti, rifiutavano la cura a causa del gusto amaro e dei problemi di stomaco che procurava. Per questo, la chimica sviluppò un modo per rendere i principi iniettabili. Purtroppo, Alice morì prima di pubblicare i risultati e il suo lavoro venne portato avanti da Artur L. Dean che li pubblicò a suo nome. Il procedimento utilizzato, infatti, passò alla storia come “metodo Dean”.
Hedy Lamarr (1914-2000) e l’antenato del wi-fi
Durante la seconda guerra mondiale, l’attrice ebrea di origine austriaca e naturalizzata statunitense, Hedy Lamarr, si impegnò attivamente per aiutare gli Stati uniti a combattere la Germania nazista. Nonostante fosse un’attrice di fama internazionale, definita la donna più bella del mondo, possedeva capacità tecnologiche superiori alla media. Hedy pensò più volte di lasciare la carriera per mettere a disposizione della Nazione anche le sue conoscenze di armi e armamenti, acquisite grazie al suo ex-marito. Il suo obiettivo era infatti quello di realizzare un sistema di salto frequenza che impedisse alle navi naziste di sabotare i siluri americani. Fu solo grazie all’incontro con il compositore Antheil, anch’egli appassionato di tecnologia, che Hedy potrà portare avanti il progetto, poiché il suo contributo permise di sviluppare un prototipo ispirato alle pianole meccaniche. Nel 1942 ottennero un brevetto per il loro “sistema di comunicazione segreto” che fu concesso alla marina degli Stati Uniti. Tuttavia, non venne adottato perché troppo avanzato per le capacità tecnologiche dell’epoca. Decenni più tardi, si scoprì che l’idea era corretta e la tecnologia anticipava le tecnologie Wi-Fi e Bluetooth.
Cecilia Payne-Gaposchkin (1900-1979) e la composizione del sole
Cecilia fu la prima donna a conseguire un master in astronomia ad Harvard e ottenere la cattedra nel 1956. All’età di 25 anni scrisse una tesi dove spiegò la composizione delle stelle, fatte per il 90% di idrogeno. All’epoca, era diffusa l’idea che il Sole e la Terra avessero composizioni simili e che la componente principale fosse il ferro. La donna sottopose la tesi ad Henry Russell, che la dissuase nel proseguire gli studi in merito, salvo qualche anno dopo arrivare alle stesse conclusioni e attribuendo a se stesso la scoperta.
Nettie Stevens (1861-1912) e i cromosomi sessuali
Da bambina, la futura biologa e genetista americana Nettie Stevens, sognava di diventare insegnante più che ricercatrice. Dopo il diploma riuscì infatti a lavorare come insegnante e bibliotecaria, senza però abbandonare il desiderio di proseguire gli studi universitari. Si trasferì inizialmente a Stanford per studiare, ma l’anno successivo cambiò città dopo aver ottenuto una borsa di studio a Philadelphia. Proprio quando vennero riscoperte le teorie di Mendel sui caratteri ereditari nei piselli, Stevens si domandò come dall’unione di uno spermatozoo e dell’ovulo potesse nascere un tenebrione o una tenebriona (il tenebrione mugnaio è una specie di coleottero). Gli strumenti dell’epoca, infatti, permettevano di vedere chiaramente cosa ci fosse in uno spermatozoo ma non cosa ci fosse nell’ovulo. Nonostante questo, nel 1905, Stevens scrisse un articolo con immagini nitide allegate, affermando che nella tenebriona non erano presenti i cromosomi Y. La ricerca venne confermata da Edmund Beecher Wilson, un professore particolarmente stimato e con un’ottima reputazione. Quasi contemporaneamente Thomas Hunt Morgan, suo ex professore, stava conducendo gli esperimenti sui moscerini dagli occhi rossi (fenotipo selvatico) e occhi bianchi (mutanti). Stevens non poté portare avanti i suoi studi perché morì di cancro al seno, e dopo la sua morte Morgan scrisse un necrologio in cui la considerava più un tecnico di laboratorio che una scienziata. Ad oggi, la responsabilità della distinzione tra cromosoma X e Y è attribuita totalmente a Morgan.
3. Ma, cosa succede oggi? Presenza femminile attuale nelle discipline STEM
Ad oggi, l’analisi dei dati evidenzia un’Italia che, nonostante una crescita complessiva del 35% dei laureati nell’ultimo decennio, fatica a potenziare la propria anima scientifica, con le lauree STEM che rimangono fisse al 26% del totale dei titoli conseguiti. Il cuore del problema risiede nel gender gap: gli uomini sono il 37% mentre le donne rappresentano il 16,18% degli studenti in queste discipline, ma la loro presenza è distribuita in modo molto sbilanciato. Mentre in ambiti come le biotecnologie e la chimica le studentesse hanno raggiunto la parità o addirittura superato i colleghi maschi, nei settori tecnologici trainanti come l’informatica e l’ingegneria la quota femminile crolla sotto il 20%. Ciò che colpisce maggiormente è il cosiddetto “paradosso del merito”: le ragazze che scelgono la scienza ottengono mediamente voti di laurea più alti e terminano gli studi più velocemente degli uomini, eppure incontrano barriere significative una volta entrate nel mercato del lavoro. A un anno dalla laurea, infatti, sono ben il 91,8% degli uomini laureati in facoltà STEM a lavorare contro l’89,3% delle donne, e persiste un divario salariale che penalizza le donne anche a parità di mansione.
4. Stereotipi di genere che influenzano la scelta
Nella scelta del percorso di studi è dunque evidente una suddivisione asimmetrica tra ragazze e ragazzi. Per le prime, si nota una tendenza verso corsi umanistici, mentre le discipline STEM vengono scelte in prevalenza da ragazzi. Questa suddivisione, però, appare strana se consideriamo i dati sull’attitudine delle donne che studiano materie scientifiche nel raggiungere risultati tendenzialmente più alti e in meno tempo rispetto agli uomini. La questione, quindi, dev’essere inserita in un contesto molto più ampio, che riguarda gli stereotipi di genere.
Nelle scienze sociali gli stereotipi di genere e bias inconsapevoli sono credenze inconsce e retaggi culturali e conservatori che impattano il modo in cui percepiamo la realtà. In questo caso, uno di questi bias vedrebbe le donne come più inclini alle attività di cura e gli uomini più portati a lavori tecnico-scientifici. Queste credenze ci vengono trasmesse fin da piccoli dagli stessi genitori, negli ambienti di cura e di prima socializzazione e finiscono poi per condizionare le vite individuali di ragazze e ragazzi, delimitando quello che è opportuno fare e quello che non lo è, anche nello studio e nel lavoro. Il gender gap esiste infatti in molti, se non tutti, gli ambiti della nostra società. La questione riguarda anche il mercato del lavoro: le opportunità di occupazione, il riconoscimento economico, lo sviluppo professionale e quindi il gap salariale.
Il rapporto NESET analizza come il divario di genere nelle STEM sia alimentato da una combinazione di fattori individuali, come la bassa autoefficacia delle ragazze e barriere contestuali o istituzionali. Lo studio evidenzia in particolare l’impatto negativo degli stereotipi sociali, dell’influenza familiare e di sistemi educativi che ancora riflettono modelli poco inclusivi.
In Italia, il divario di genere nelle STEM è alimentato da stereotipi sociali e povertà educativa che scoraggiano le ragazze, minando la loro autostima e limitandone l’accesso tecnologico. Sebbene consapevoli della parità di diritti, le giovani restano confinate in percorsi di studio tradizionali, perdendo opportunità cruciali in settori che garantiscono maggiore stabilità e innovazione.
Questa disparità di genere è allarmante, specialmente perché le carriere STEM sono spesso definite come i lavori del futuro, in grado di trainare l’innovazione, il benessere sociale, la crescita inclusiva e lo sviluppo sostenibile.
5. Le politiche e le prospettive per il futuro
Per cercare di mitigare il divario di genere, l’Unione Europea promuove la partecipazione femminile nelle STEM attraverso finanziamenti mirati e progetti innovativi che spaziano dalla creazione di Piani per l’uguaglianza di genere alla formazione tecnica e al tutoraggio. Queste iniziative, sostenute anche dai Fondi di coesione, puntano a scardinare gli stereotipi sin dalla scuola dell’obbligo, investendo milioni di euro in migliaia di progetti per rafforzare le competenze delle ragazze e favorire il loro ingresso nella ricerca e nell’innovazione.
7. Conclusione
Rosalind Franklin, Lise Meitner, Jocelyn Bell Burnell e tutte le altre scienziate citate dimostrano quanto il contributo femminile alla scienza sia stato spesso reso invisibile. L’Effetto Matilda, però, non appartiene solo al passato: ancora oggi stereotipi culturali, disuguaglianze e mancanza di rappresentazione continuano a limitare l’accesso e il riconoscimento delle donne nelle discipline STEM. Dare spazio a queste storie significa restituire valore alle loro scoperte e fornire nuovi modelli di riferimento alle nuove generazioni, dando spazio ad una scienza equa e lontana da stereotipi di ogni genere.
Fonti consultate
- Talents Venture, “STEM e gender gap: quanto sta cambiando il sistema universitario?“
- Dieffe.tech, “Donne e studi STEM: a che punto siamo?“
- European Education Area, “New report addresses the gender gap in STEM education across educational levels“
- La Dotta, “Gender Gap STEM in Italia: perché le donne sono ancora poche?“
- Pearson, “Colmare il gender gap nelle discipline STEM“

