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Come si struttura una tesi sperimentale?


Bentornato/a al blog di Sottotesi, azienda digitale che dal 2014 aiuta gli studenti universitari ad affrontare tesi ed esami.

Se stai pensando di cimentarti in una tesi sperimentale, alt. Prima ancora di pensare a come impostare concretamente il lavoro devi chiederti due cose: cosa voglio indagare e come? Se non hai una risposta a questa domanda la tua non è ancora una tesi sperimentale, è soltato un’idea.

A differenza di una tesi compilativa, in cui il lavoro si concentra principalmente sull’analisi e sulla rielaborazione critica della letteratura esistente, quella che comunemente viene definita tesi sperimentale prevede un’attività di ricerca originale, attraverso la quale cerchi di rispondere a una domanda utilizzando un metodo definito e analizzando i dati raccolti. Come vedremo più avanti, però, la distinzione tra “sperimentale” ed “empirica” può cambiare a seconda della disciplina e dell’Ateneo.

In questo articolo ti spiegheremo come strutturare correttamente la tua tesi, seguendo una logica di fondo che accompagni il lettore a comprendere la tua ricerca: partire da ciò che sappiamo già, individuare una domanda ancora aperta, spiegare come hai cercato una risposta, presentare ciò che hai scoperto e, infine, interpretarne il significato.

Indice dei contenuti

  1. Domanda di ricerca: cosa vuoi misurare?
  2. Stato dell’arte: cosa sappiamo già?
  3. Metodologia: come hai cercato una risposta?
  4. Risultati: che cosa hai trovato?
  5. Discussione: che cosa significano i risultati?
  6. Conclusioni: torniamo alla domanda iniziale

1. Parti dalla domanda di ricerca

Allo stesso modo di una tesi compilativa, la prima cosa da fare è circoscrivere l’argomento, devi cioè capire cosa vuoi scoprire.

La domanda di ricerca è il filo conduttore dell’intero lavoro: determina quali fonti dovrai consultare, quali dati raccogliere, quale metodologia utilizzare e, alla fine, quali conclusioni potrai trarre.

Una buona domanda di ricerca deve essere sufficientemente circoscritta da poter essere affrontata con gli strumenti e il tempo a tua disposizione. “Come influiscono i social network sulla società?”, per esempio, apre un campo praticamente infinito. Individuare una determinata piattaforma, una popolazione, un comportamento e un contesto permette invece di trasformare un interesse generale in qualcosa che può essere effettivamente studiato.

A seconda del tipo di ricerca, alla domanda possono affiancarsi uno o più obiettivi e delle ipotesi, cioè previsioni formulate prima della raccolta dei dati e che la ricerca permetterà poi di verificare.

Da qui può iniziare la costruzione vera e propria dell’indice.

2. Stato dell’arte: cosa sappiamo già?

Una ricerca non nasce nel vuoto. Prima di spiegare che cosa hai fatto, devi ricostruire che cosa sappiamo già sull’argomento. È qui che entra in gioco lo stato dell’arte: attraverso la letteratura scientifica esistente puoi presentare le principali teorie, i risultati raggiunti da altri ricercatori e gli aspetti sui quali, invece, non abbiamo ancora risposte sufficienti.

Attenzione, però: questa parte non dovrebbe diventare una semplice successione di riassunti degli studi che hai letto.

L’obiettivo è metterli in relazione tra loro. Quali risultati coincidono? Quali ricerche arrivano a conclusioni diverse? Quali aspetti sono stati studiati molto e quali poco? Ci sono popolazioni, contesti o variabili che le ricerche precedenti non hanno preso in considerazione?

È proprio da questo confronto che puoi individuare il cosiddetto research gap, cioè lo spazio che la tua ricerca prova a colmare.

In altre parole, al termine dello stato dell’arte il lettore dovrebbe aver capito non soltanto cosa è stato studiato prima di te, ma soprattutto perché ha senso fare la tua ricerca.

3. Metodologia: come hai cercato una risposta?

Una volta spiegato perché la tua ricerca è necessaria, devi raccontare come l’hai condotta. Il capitolo metodologico descrive il disegno della ricerca, il campione o l’oggetto di studio, gli strumenti utilizzati, le procedure seguite per raccogliere i dati e il modo in cui questi sono stati successivamente analizzati.

Qui la parola d’ordine è chiarezza. La metodologia deve essere descritta con un livello di dettaglio sufficiente a permettere a un altro ricercatore di comprendere esattamente ciò che hai fatto e, quando il disegno di ricerca lo consente, di replicare lo studio per verificare se, applicando lo stesso metodo in condizioni comparabili, sia possibile ottenere risultati coerenti.

Non basta quindi scrivere che hai “somministrato un questionario” o “condotto alcune interviste”: dovrai spiegare a chi, come sono stati selezionati i partecipanti, quali strumenti hai utilizzato, secondo quali criteri e come hai analizzato le informazioni raccolte.

Il metodo dipenderà naturalmente dalla disciplina e dalla domanda di ricerca: un esperimento di laboratorio, un questionario, un’osservazione sul campo e un’analisi di dati richiedono procedure molto diverse. La funzione di questa sezione, però, rimane la stessa: rendere trasparente il percorso che ti ha portato ai risultati.

4. Risultati: che cosa hai trovato?

Arriviamo finalmente ai dati. Nella sezione dedicata ai risultati presenti ciò che è emerso dalla ricerca in maniera chiara e ordinata. A seconda del tipo di studio, potrai utilizzare testo, tabelle, grafici, dati statistici, categorie emerse dalle interviste o altri strumenti di rappresentazione.

In questa fase è importante distinguere tra presentare un risultato e interpretarlo.

Se, per esempio, dal tuo questionario emerge che una determinata percentuale del campione manifesta un certo comportamento, quello è un risultato. Spiegare perché potrebbe essere successo, che cosa significa e come si confronta con quanto trovato da altri ricercatori appartiene invece alla fase successiva: la discussione.

In alcuni ambiti risultati e discussione possono essere riuniti nello stesso capitolo. Anche in questo caso, fai sempre riferimento alle convenzioni della tua disciplina e alle indicazioni del relatore.

5. Discussione: che cosa significano i risultati?

Hai raccolto i dati e li hai presentati. Ora arriva una delle parti più importanti: interpretarli. Nella discussione torni alla domanda da cui eri partito e metti i tuoi risultati in relazione con lo stato dell’arte.

La tua ipotesi è stata confermata? I risultati sono coerenti con quelli delle ricerche precedenti? Hai ottenuto un dato inaspettato? Se sì, quali potrebbero essere le ragioni? E soprattutto: che cosa aggiunge la tua ricerca a ciò che già sapevamo?

Non devi necessariamente ottenere il risultato che ti aspettavi affinché la ricerca sia “riuscita”. Un’ipotesi non confermata non rende automaticamente sbagliato il lavoro: è anch’essa un risultato da analizzare e discutere.

Ed è proprio qui che entra in gioco un altro elemento fondamentale: i limiti della ricerca. Nessuna ricerca è perfetta e soprattutto una tesi universitaria viene realizzata con limiti concreti di tempo, risorse e accesso ai partecipanti o ai dati.

Potresti aver lavorato con un campione relativamente piccolo, aver analizzato una popolazione molto specifica, aver avuto poco tempo a disposizione oppure aver utilizzato uno strumento che presenta inevitabilmente alcuni limiti.

Ammettere questi limiti non indebolisce assolutamente la tua ricerca. Al contrario, riconoscere e spiegare i limiti dimostra consapevolezza metodologica: significa sapere fino a dove possono arrivare le tue conclusioni e, soprattutto, dove non possono arrivare.

Se hai intervistato 30 studenti di una singola università, per esempio, non potrai automaticamente estendere ciò che hai osservato a tutti gli studenti universitari italiani. Questo non rende inutile il risultato: significa semplicemente che deve essere interpretato all’interno del contesto in cui è stato ottenuto.

I limiti possono inoltre diventare il punto di partenza per suggerire sviluppi futuri della ricerca: uno studio successivo potrebbe ampliare il campione, utilizzare strumenti diversi o verificare gli stessi risultati in un altro contesto.

6. Conclusioni: torniamo alla domanda iniziale

Le conclusioni chiudono il percorso iniziato con la domanda di ricerca. Non servono semplicemente a riassumere tutto quello che hai scritto, ma a mostrare quale risposta sei riuscito a dare alla domanda iniziale sulla base dei risultati ottenuti.

Puoi quindi riprendere brevemente gli obiettivi, sintetizzare i risultati più significativi e spiegare quale contributo offre il tuo lavoro. Puoi inoltre richiamare i principali limiti e indicare eventuali prospettive di ricerca future.

Se la struttura della tesi ha funzionato, a questo punto il percorso dovrebbe essere evidente: sapevamo questo → mancava questa informazione → abbiamo formulato questa domanda → abbiamo utilizzato questo metodo → abbiamo ottenuto questi risultati → possiamo quindi arrivare a queste conclusioni.

Tradotto in capitoli, un possibile indice di tesi sperimentale potrebbe essere:

Introduzione
Capitolo 1 – Quadro teorico e stato dell’arte
Capitolo 2 – Problema, obiettivi e domanda di ricerca
Capitolo 3 – Metodologia
Capitolo 4 – Risultati
Capitolo 5 – Discussione
Conclusioni

Questo schema è un punto di partenza, non un modello universale da copiare. La parte teorica può richiedere più capitoli, risultati e discussione possono essere accorpati e alcune discipline seguono convenzioni completamente diverse.

Prima di impostare l’indice definitivo, consulta quindi sempre le linee guida del tuo Ateneo e confrontati con il relatore.


P.S. “Sperimentale” non significa per forza “fare un’esperimento”.

Nel linguaggio universitario, infatti, non esiste una distinzione utilizzata allo stesso modo da tutti gli Atenei e da tutte le discipline. In alcuni corsi di laurea si parla genericamente di tesi sperimentale per indicare un lavoro che prevede una ricerca originale e la raccolta e analisi di dati; in altri si distingue invece tra tesi empirica e tesi sperimentale, riservando quest’ultima agli studi che prevedono un vero e proprio esperimento.

Una ricerca empirica, inoltre, non deve necessariamente svolgersi in laboratorio né appartenere alle discipline STEM. I dati possono essere raccolti attraverso questionari, interviste, osservazioni, analisi di dataset, studi di caso e numerose altre metodologie. In antropologia, per esempio, una tesi può prevedere una ricerca sul campo basata sull’osservazione partecipante: si tratta di ricerca empirica, anche se non di un esperimento in senso stretto.

Per questo, prima di decidere come definire la tua tesi, verifica sempre la terminologia utilizzata dal tuo corso di laurea e confrontati con il relatore. Al di là del nome, ciò che conta è che domanda di ricerca, metodo, raccolta dei dati e analisi siano coerenti tra loro.

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